Convenzionalmente

Domenica sono stata alla convenzione nazionale del Partito Democratico ed è stata un’esperienza molto interessante.

La sveglia alle 5 del mattino per prendere il treno delle 6.08 è stato uno sbattimento assurdo, ma poi, una volta sul treno, quando ho incontrato i compagni di viaggio e si è iniziato a parlare di politica e del congresso è stato molto bello, interessante e ritengo anche formativo.

Nella sala dell’hotel Ergife abbiamo raggiunto gli altri orlandiani della federazione milanese e assistito alla presentazione delle mozioni.

Che dire, noi siamo di parte, ma Orlando è il candidato che porta il tema serio della ricostruzione e della ricomposizione delle fratture con la società e con il partito. Renzi rimane il candidato di rottura, fortemente riformista che nel suo slancio nell’andare avanti sembra non contemplare il soffermarsi e aggiustare il tiro e gli errori vengono liquidati con un’alzata di spalle, un si può fare di più. 

Trovo riduttivo però l’atteggiamento di molti che sostengono Renzi che vogliono ricondurre tutto alle due categorie del “guardarsi l’ombelico” o del “discutere dei massimi sistemi” quando si tratta di analizzare con un po’ di spirito critico e onestà intellettuale la tenuta e gli effetti di alcune politiche per evitare di dover scontare in campagna elettorale scelte che vengono definite demagogiche o di facciata perché inefficaci.

Di positivo c’è che Renzi parrebbe aver accolto la proposta della conferenza programmatica e forse è segno che le esigenze sollevate da Orlando sono reali. Certo che, comunque vada il congresso, c’è bisogno le varie anime del partito imparino a dialogare, dentro e fuori il partito, perché la responsabilità è enorme, e nei nostri dibattiti interni dobbiamo tenerlo presente. Anche quando la tendenza del #ciaone è forte.