Di congressi, atteggiamenti e cambiamento

Come molti sapranno, (soprattutto chi vive o segue il magico mondo del Partito Democratico) ieri sono ufficialmente iniziate le convenzioni di circolo.

Nei miei primi due anni da iscritta al partito, mi trovo catapultata nel mio primo congresso e l’ho atteso come una sorta di “magico momento di riflessione” e di programmazione per il futuro. Eppure devo confessare di esserne un po’ delusa.

Ingenuamente, ho sempre pensato di essermi schierata a sufficienza nella società nel momento in cui ho scelto di prendere la tessera di un partito. Solo che in quasi due anni di militanza (quindi molto pochi per avere un’idea precisa delle dinamiche), un sacco di volte mi sono sentita domandare “ma tu da che parte stai?”, oppure mi sono sentita come in dovere di giustificare le mie idee, solo perché magari avevo appoggiato le idee di qualcuno su cui sventolava una determinata bandiera e di conseguenza io venivo ricondotta alle idee di questa o quell’altra corrente, senza minimamente considerare che magari esprimevo solo il mio pensiero. Ho avuto il privilegio di passare dall’essere renziana (perché convintamente sostenevo il Sì al referendum) all’essere “in odore di minoranza” solo per aver avanzato dei pensieri critici in alcuni momenti.

Trovo questo atteggiamento particolarmente frustrante, soprattutto perché instilla la continua sensazione che parlando, altri possano vederci un retro pensiero o un non detto (roba che nemmeno nelle paranoie adolescenziali).

Proprio perché non sopporto più questo atteggiamento, ho deciso di sostenere la mozione di Andrea Orlando. Non perché sia contro Renzi, non perché la mozione Renzi non mi convinca, ma perché non condivido certi metodi, un certo atteggiamento mentale, come di perenne sfida e di “dimostrami se sai fare meglio”.

Mettiamo le cose in chiaro: nessun iscritto deve dimostrare che il segretario ha ragione o sbaglia, ma se dobbiamo metterci la faccia sulla strada, noi militanti abbiamo, quantomeno, il diritto di capire cosa sta dietro certe logiche.

Faccio l’esempio sulla riforma del Job’s Act, che io condivido a pieno, e peraltro trovo anche sbagliata l’abolizione dei voucher e ora mi trovo che fino a ieri il mio partito (ed io di conseguenza) li difendeva, ora devo spiegare perché è giusto che il Governo li abbia aboliti. No, Maria, io esco.

Cosa avrei fatto io? Un po’ l’ho già detto: un meccanismo di presunzioni di subordinazione che scatta automaticamente non appena si verificano dei presupposti (ad esempio alcuni codici fiscali ricevono “troppi” contributi da un unico soggetto giuridico), a questo punto partono (in automatico) i controlli incrociati e se il datore sta abusando dello strumento, scatta la conversione del contratto ex lege. Roba che il dipendente nemmeno deve andare al sindacato per contestare la subordinazione al datore. Per la serie, caro datore, i voucher servono per il lavoro occasionale a determinate condizioni, le uniche alternative sono il lavoro autonomo (vero) o il rapporto di lavoro subordinato, se abusi degli strumenti, io intervengo a tutela del lavoratore.

Quindi, ai datori di lavoro si sarebbe detto che gli si va incontro alle esigenze di flessibilità con le tutele crescenti, però questa flessibilità in uscita sarebbe stata compensata con la rigidità degli strumenti contrattuali, proprio a tutela dei dipendenti. E questo senza vanificare una riforma che nei principi era giusta e su cui il partito aveva messo la faccia.

Peraltro ho una domanda che in questi giorni sto rivolgendo ai poveri sventurati che vengono al circolo a presentare le mozioni: visto che molte riforme approvate dal Governo avevano come prospettiva la modifica della costituzione, qualcuno ha pensato che il partito debba fare un check per verificare se i provvedimenti adottati vanno nella stessa direzione anche ad ordinamento vigente o aspettiamo che ci tornino indietro come boomerang elettorali?

Prendiamo ad esempio il recente DL Povertà che introduce un principio sacrosanto: “il lavoro e la formazione come strumenti di mobilità sociale”. Perfetto, con la modifica del Titolo V della Costituzione e lo spostamento delle politiche attive a livello centrale forse avrebbe funzionato un pochino meglio. A costituzione vigente, temo che possa apparire uno strumento un po’ demagogico, perché la formazione e le politiche attive per il lavoro sono di competenza regionale e, se le previsioni della campagna per il Sì al referendum sono corrette, posso ragionevolmente presumere che le regioni in cui funzioneranno saranno molto poche e che si preannuncia una percentuale di funzionamento simile a Garanzia Giovani (altro bel provvedimento che però non ha prodotto gli effetti sperati). Capite che se non ragioniamo di queste cose, in campagna elettorale pagheremo tutto?

Al Lingotto se n’è parlato?

Orlando nella conferenza programmatica ne parlerà?

Ed Emiliano cosa pensa?

Non si può pensare che segretario nuovo (o vecchio) partito nuovo (o vecchio), leggi nuove (o vecchie) e si riparte da zero. Perché rischiamo di buttare il bambino con l’acqua sporca e non è mai una scelta saggia. Poi, come dicono i comunicatori e mi ha ricordato il buon Rodriguez la settimana scorsa “non conta tanto l’idea, quanto l’implementazione”. Ecco, lavoriamo su come implementare quanto già fatto (certo che capisco che annunciare riforme fa sempre più effetto, ma – lo dico da giurista – francamente non ne posso più di riforme, non so quante ne ho vissute tra il percorso universitario e lavorativo)

Per questi motivi ero a favore della conferenza programmatica e ritengo che dopo le primarie, quando avremo un segretario legittimato da un congresso, occorra un momento di raccoglimento interno per ragionare insieme su queste cose.

E per la tendenza all’ascolto e alla ricerca del dialogo con tutti ritengo di sostenere la mozione di Andrea Orlando. I miei ragionamenti, però, restano uguali a prescindere dal segretario che uscirà dal congresso, perché siamo tutti nello stesso partito. O no?

Alessandra

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